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Le piante: leggende e poesie indietro

Le piante: leggende e poesie

26 novembre 2014


Carla Contessi socia e grande supporter del Garden Club, ci ha guidato nel fantastico mondo della mitologia, a quelle antiche storie in cui uomini e divinità si identificano in piante e fiori.
Il suo grande amore per gli ambienti naturali l'ha portata ad approfondire queste affascinanti tematiche antropologiche, partendo dalle fonti storiche più antiche e quindi meno lontane dalle origini.
Era l'età degli dei e degli eroi caratterizzata da personaggi in azione con una trama che si evolve in simbiosi con la natura.
Troviamo questa identità nel sacro e nel profano, espressa in modi diversi a seconda della religione e della cultura.
Carla ha evidenziato tutto ciò con bellissimi fiori, che rappresentano anche le immagini sacre delle nostre basiliche o richiamano alle tradizioni.
Ricordiamo che Carla è un'esperta di cultura locale e conosce perfettamente la lingua dialettale della Romagna. Assieme a Fiorella Bulgarelli altra supporter dell'associazione, ha rallegrato le nostre varie occasioni d'incontro, recitando brani e poesie.
Alternandosi con Fiorella, ha presentato ad un pubblico attento e fortemente coinvolto, anche varie composizioni poetiche ispirate all'autore da soggetti botanici.
Un pomeriggio gradevolissimo per tutti coloro che hanno una forte sensibilità per il nesso poesia e natura.

 

 

LE PIANTE : LEGGENDE E POESIE

In tutte le mitologie è presente il connubio tra la vegetazione e i personaggi mitici.
In Grecia, ad esempio, la quercia era cara Zeus, l’alloro ad Apollo, il cipresso a Plutone, l’ulivo ad Atena.
Gli antichi Egizi credevano che dall’alto del sicomoro la dea Nut versasse l’acqua dell’immortalità all’anima del defunto.
Gli Scandinavi pensavano che la creazione dell’universo fosse rappresentata da un immenso frassino i cui rami coprivano tutto lo spazio celeste, mentre le sue tre principali radici rappresentavano il passato, il presente e l’avvenire, vale a dire tutta l’eternità.

 

 

                                                                  

 

 

 

ALLORO

 

l primo amore di Apollo fu per la ninfa Dafne, figlia di Peneo, divinità delle

acque fluviali. Un giorno, il dio solare divampando di passione si gettava

all’inseguimento della vergine consacrata a Diana che fuggiva atterrita per i

boschi e già era sul punto di afferrarla, quando Dafne implorò il padre

Peneo:”Padre aiutami! Se i fiumi hanno potere divino, levami questa figura

e tramutala in un’ altra”.

Come ebbe finito di pregare, un grave torpore invase il suo corpo: la pelle

splendente si mutò in scorza sottile, le chiome in fronde, le braccia in

rami, i piedi in radici e il viso nella cima di un lauro. “Se non puoi essermi

sposa” sospirava Apollo “ sarai almeno la mia pianta. Di te si orneranno

per sempre i miei capelli, il turcasso e la cetra.

L’alloro è anche l’emblema della poesia e delle arti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIOR DI ADONE

Nella mitologia Greca, Adone è un giovane e bellissimo pastorello amato

da Afrodite.

Attratta dalla sua giovanile beltà, se ne innamorò anche Persefone ( dea

degli Inferi ). Nella disputa intervenne Zeus il quale decise che le due dee

ne condividessero l’amore. Adone sarebbe rimasto la primavera e l’estate

con Afrodite sulla terra, il resto dell’anno con Persefone negli inferi.

.Durante una caccia, Adone venne ucciso da un cinghiale. Il fior di Adone

che ogni anno fiorisce brevemente fra le messi si dice sia nato dal sangue

di Adone morente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANEMONE

 

La divinità Zefiro era sposato con la ninfa Anemone che abitava alla

corte di Cloride della quale Zefiro era amante. La gelosa Cloride cacciò

dalla sua corte Anemone; allora Zefiro la trasformò in un fiore che non

schiude mai la corolla, se non è baciata dal caldo vento di Zefiro, da cui

il nome “fior del vento”.

Un altra leggenda asserisce che il fiore sia nato ai piedi della croce,

ricordando il colore rosso del sangue sgorgato dalle ferite di Gesù, da

cui anche il nome “Gocce del sangue di Cristo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIGLIO

I Greci lo consideravano il fiore generato dall’Grande Madre : narravano che un giorno Eracle succhiò il latte di Era per diventare immortale; ma il latte era cosi abbondante che cadde in parte
nei cieli, formando la Via Lattea e in parte sulla terra, trasformandosi nel giglio.

Il giglio è uno dei fiori della Sacra Scrittura. Dice Cristo nel sermone della montagna:”Osservate bene come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano . Eppure io vi dico che neanche Salomone con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro”.

“Io sono il giglio delle valli” dice nel Cantico dei Cantici la Sposa allo Sposo, il quale risponde: “ come un giglio fra i cardi, cos’ la mia amata fra le fanciulle”.

Nelle Annunciazione l’angelo Gabriele offre un giglio alla Madonna. Quel giglio significa elezione, purezza fecondità e regalità. Dal medioevo in poi, il giglio a evocato l’emblema della verginità e della purezza. Lo tengono in mano molti santi, da Antonio da Padova a Luigi Gonzaga, da Chiara d’Assisi a Caterina da Siena.

Era simbolo anche di regalità. Lo ritroviamo nei gigli araldici dei re di Francia, dai Capetingi in poi e a Firenze.

 

 

 

 

GIAGGIOLO o IRIS


In realtà, il giglio capetingio era il giaggiolo. Da Goberto I, il re dei Franchi che aveva riunito i tre regni di Austrasia, Neustria e Borgogna, aveva un sigillo con tre scettri uniti. Il disegno che componevano evoca il fiore dell’iris che divenne il simbolo araldico del regno e fu poi cambiato con il giglio.
Un’altra leggenda, più nota, narra che fu Luigi VII ad adottare l’iris. Durante una battaglia, il re di Francia stava per essere catturato dai vassalli infedeli che lo sospingevano verso un fiume. Quando ormai tutto sembrava perduto, Luigi vide un punto della riva fiorito di iris che spuntavano in mezzo alla corrente. Intuendo che il guado era possibile, si lanciò nel fiume alla testa dei suoi soldati, sottraendosi all’accerchiamento. In ricordo dello scampato pericolo, fece dell’iris l’emblema del suo regno; sicché venne chiamato “fleur-de-Louis”, fior di Luigi, per trasformarsi nel tempo in “fleur-de-lys”, fior di giglio: metamorfosi lessicale favorita dalla somiglianza fonetica.
Anche i fiorentini chiamarono giglio il loro giaggiolo, forse pensando che il primo fosse più regale del secondo se i sovrani di Francia lo avevano adottato. 

 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 

 

MELAGRANA

 

 

 

 

Dal Cantico dei Cantici: “Attraverso il tuo velo la tua gota è come uno

spicchio di melagrana”

Gabriele D’Annunzio: “Il frutto del melograno, gonfio di maturità, si

fendeva subitamente come una bella bocca sforzata dall’impeto di un

riso cordiale”.

I vietnamiti cantano: “La melagrana si apre e lascia venire cento figli”.

Carducci: “… il verde melograno dai bei vermigli fior…”.

I romani ornavano il capo delle spose con rametti di melograno per

augurare loro gli attesi frutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MELINGARNÉ
di Giordano Mazzavillani

U j'è un melingarnê ch'l'è carg ad fiur,
ch'i mostra e' cör avert a l'ora 'd not,
ch' l'ardus trapess al foj un passarot
ch'e' piöla e u s'indurmenta a e' lom de scur.
I fiur 'd melingarnê, cun la su fiâma
ch' la s' smörza a e' zug de vént cun un sufiot,
i pê' tot campanlin, tac a la râma,
ch'i sona int l'êria straca l'ora 'd not.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GRANO

 

 

  

 
Gli egizi raccontavano che Osiride, attratto in trappola dal fratello Set, personificazione del caos e degli inferi, venne ucciso e smembrato, ma grazie all’intervento della sorella-moglie Iside, potè resuscitare. La festa della morte e resurrezione di Osiride si svolgeva nel periodo della semina. Osiride sarebbe resuscitato insieme al nuovo raccolto.
Dal Vangelo: “se il chicco non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto”.
Talvolta, in tempi antichissimi, la mietitura si trasformava in un rito orrendo. I contadini identificavano lo spirito del Grano in un forestiero che attraversava i campi durante la mietitura, oppure nel mietitore che tagliava l’ultimo covone, o in una vittima scelta secondo un rituale. Costui veniva ucciso e bruciato e le sue ceneri sparse nei campi per fertilizzarli. Si supponeva che lo spirito del Grano si nascondesse fra le spighe indietreggiando man mano che la mietitura procedeva, fino alle ultime spighe o all’ultimo covone. A quel punto – dicevano – lo spirito del Grano, espulso dall’ultimo rifugio, assumeva una forma diversa da quella degli steli che erano stati il suo corpo: e quale poteva essere se non l’aspetto di chi si trovava vicino alle ultime spighe?
Talvolta si sacrificavano animali, visti come incarnazioni dello spirito del Grano: lupi, cani, galli, lepri, capre, tori, buoi, vacche, cinghiali o scrofe.
Dalla Bibbia: Giuseppe, figlio di Giacobbe, fu venduto agli egizi dai fratelli invidiosi. L’invidia l’aveva suscitata un sogno di Giuseppe. “Ascoltate il sogno che ho fatto” egli disse un giorno ai fratelli. “Noi stavamo legando covoni, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto, e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio”.
Dopo molte vicissitudini Giuseppe, in fama di indovino, fu condotto dal faraone che gli raccontò uno strano sogno: “nel mio sogno mi trovavo sulla riva del Nilo. Quand’ecco salirono dal Nilo sette vacche grasse. Ed ecco sette altre vacche magre salirono dal Nilo e le divorarono… Poi vidi nel sogno sette spighe di grano spuntavano da uno stelo, piene e belle. Ma ecco sette spighe secche e vuote, che inghiottirono le sette spighe belle. Ho raccontato il sogno agli indovini, ma nessuno me lo sa spiegare”. Giuseppe svelò al faraone che le sette vacche grasse e le sette spighe belle alludevano a sette anni di abbondanza, mentre le sette vacche magre e le sette spighe vuote annunciavano sette anni di carestia. Il faraone, convinto dall’interpretazione del giovane ebreo, lo pose a capo del paese perché salvasse gli egizi dalla carestia.
I pittori del barocco raffiguravano l’abbondanza come una fiorente donna con una cornucopia appoggiata al fianco destro, mentre con la sinistra stringe un fascio di spighe.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 IL FICO

 
 

In India è l’albero cosmico che unisce il cielo alla terra e il suo latice

rappresenta la forza del flusso vitale universale, l’energia spirituale che

informa l’universo. E’ anche l’albero del Risveglio sotto il quale

Siddharta diventa il Budda.

Dalla genesi……… prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede

anche al marito………….ed anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli

occhi di tutti e due, e si accorsero di essere nudi: intrecciarono foglie

di fico e se ne fecero cinture.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NARCISO

 
 

Narciso era un giovane bellissimo. Le giovinette ne erano tutte

innamorate, compresa Eco ninfa dei boschi. Narciso rifiutava ogni

approccio, perchè si era invaghito della sua immagine riflessa

nell’acqua di uno stagno. Un giorno si tuffò per abbracciarla e affogò. La

bella Eco, per il dolore, si consumò a tal punto che di lei rimase solo il

suono della sua voce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ULIVO

 

 

 

 

I Greci narravano che un giorno Atena si scontrò con Poseidone per il possesso dell’Attica. Per dirimere la contesa gli dei si rivolsero a Cecrope, re di quelle terre, che promise la palma della vittoria a chi avesse creato qualcosa di straordinario. Poseidone colpì con il tridente la roccia, su cui doveva sorgere più tardi l’acropoli, facendo scaturire una sorgente, poi creò il primo cavallo che veniva usato per fare la guerra.
Ma fu Atena a conquistare la vittoria piantando il primo ulivo, strumento di pace, utile come cibo e per illuminare.
Dalla Genesi ……….quando le acque del diluvio universale cominciarono a calare, Noè fece uscire un corvo, perché gli riferisse sul lento emergere delle colline e delle pianure. Dopo il corvo, lanciò una colomba che tornò a lui perchè non aveva trovato un lembo di terra su cui posarsi. Trascorsa una settimana, rispedì la colomba che rientro con ramoscello di ulivo nel becco.
Secondo una leggenda medioevale sulla tomba di Adamo nacque un ulivo dal quale venne staccato il ramoscello che la colomba avrebbe portato a Noè e dallo stesso ulivo fu preso il legno che sarebbe servito per la Croce di Cristo. Ecco perché la Domenica delle Palme si usa portare nelle case un ramo di ulivo benedetto.
I pittori senesi, come Simone Martini e Taddeo Di Bartolo, nella loro Annunciazione raffigurarono l’angelo con un ramo di ulivo invece del giglio consueto.
Un'altra leggenda narra che una volta l’ulivo era un albero diritto, ma quando stava per essere scelto per fare la Croce, si contorse tutto per non essere utilizzato a tale scopo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROSMARINO

 
I greci lo usavano come incenso bruciandolo in onore degli dei per propiziare l’immortalità futura. Per questo motivo è stato considerato nell’antichità pianta benefica e ben augurante.
Gli andalusi raccontano che, il giorno di Natale, la Madonna stese i primi panni del Figlio su un cespuglio di rosmarino. La pianta si impregnò talmente degli umori di Cristo che il giorno della Passione fiorì annunciando la prossima Resurrezione. La notte di Natale, gli andalusi decorano la casa con rametti di rosmarino e le zingare di Siviglia te lo offrono.
Anche la sua etimologia evoca la sua dolcezza: alcuni sostengono che il nome derivi da ros maris (rugiada del mare), altri da rosa maris (rosa del mare), altri ancora da ros come balsamo (balsamo del mare).
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FINOCCHIO

 
 

Gli iniziati del dio frigio Sabazios, analogo a Dioniso, si ornavano il capo di foglie di finocchio a significare la futura vittoria sulla morte.

Plinio il Vecchio scriveva che i serpenti lo mangiavano per ringiovanire.

Per gli uomini è utile come stimolante, digestivo, diuretico, tonico e vermifugo.

La Scuola di Salerno sosteneva che “assai giova il finocchio, distillandone l’acqua, al male degli occhi”.

Torquato Tasso cantava:
“la serpe d’inferma e scura vista,
di finocchio si nutre, e così scaccia
quell’infelice umor che gli occhi appanna”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SALVIA

 
Una leggenda medioevale racconta che fu benedetta dalla Madonna, perché nascosa fra i suoi cespugli la Sacra Famiglia che fuggiva verso l’Egitto. Le disse Maria: “tutta la gente umile e buona come te ti benedirà: sarai indispensabile per profumare i suoi semplici cibi: fiorirai, sarai ricercata e apprezzata per le tue virtù sanatrici”.
Salvia Sanatrix era chiamata anche dai romani che la consideravano una panacea. Erano soliti dire: “perché muore l’uomo al quale cresce la salvia nell’orto?”.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROSA 

 

In un passo della divina commedia, dove appare la candida rosa dell’Empireo, Dante descrive la forma che assumono i beati:
“in forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa.”
Un mistico persiano, Iraqî, contemporaneo di Dante, giunse a un’immagine analoga: “nel giardino di rose tu contemplasti il tuo proprio volto con l’occhio dell’usignolo: allora risuonò il giardino del canto dell’usignolo”.
Un altro mistico, Sa’dî, così descriveva il viaggio nel mondo trascendente, da cui non era riuscito a riportare alcun regalo in terra: “… avevo in animo che quando fossi giunto all’Albero della Rosa, me ne sarei riempito il grembo come regalo per gli amici. Ma quando vi giunsi, il profumo della Rosa mi inebriò tanto che mi sfuggì di mano il lembo, già pieno, della veste”.

Poliziano: i’mi trovai, fanciulle, un bel mattino.
“Quando la rosa, ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a metterla in grillande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicché, fanciulli, mentre è più fiorita,
cogliam la bella rosa del giardino”.

Da Torquato Tasso:
“voi la bocca rosata
E rosate le guance avete ancora
Come vermiglia Aurora
E dorate le chiome
E bianca siete,
com’è il vostro nome”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

PALMA 


    I greci la chiamavano phenix come l’uccello paradisiaco che rinasceva      miracolosamente dalle sue ceneri.
    La Vittoria dei romani si chiamava Dea Palmaris.
    Ovidio racconta che Rea Silvia vide in sogno, prima di partorire i gemelli     Romolo e Remo, due palme: “due palme insieme s’ergevano dal         portentoso aspetto, e l’una era più elevata dell’altra”.
    In Grecia era associata alla nascita di Apollo. Cantava Omero:
    “quando Ilitia, che procura il travaglio del parto,
    giunse nell’isola di Delo,
    subito le doglie invasero Leto
    che sentì l’impulso del parto.
Cinse la palma con le braccia
E le ginocchia puntò sul soffice prato;
sotto di lei sorrise la terra,
il dio balzò alla luce”.

La palma è anche emblema di fecondità. Offre, secondo la specie: datteri, avorio vegetale, rafia, vino, olio, cera, noci di cocco e cavolo di palma.
In un rilevo egizio, fuoriescono dal fusto e dalla chioma due braccia, l’una reggendo un’anfora da cui cola una bevanda, l’altra un canestro di cibi.
Dal Cantico dei Cantici, quando lo sposo loda la bellezza della sposa:
“la tua statura somiglia a una palma
E i tuoi seni ai datteri”.
Anche nella poesia indiana le braccia e le gambe delle donne belle sono paragonate agli steli lunghi e rotondi della palma.
Ulisse nell’Odissea, meravigliato dall’apparizione di Nausicaa, esclama:
“… mai vidi coi miei occhi un tal mortale,
ne uomo ne donna: stupore mi invade mirandoti.
Vidi una volta a Delo, accanto all’altare d’Apollo
Levarsi così un giovane germoglio di palma.”

Quale altro albero meglio della palma, alta e snella come un minareto o solida e mollemente chiomata oppure minuta come un arboscello, potrebbe essere l’emblema della Bellezza che assume mille volti? Sono 2490 le sue specie, ognuna ha la sua chioma, le sue foglie: foglie a ventaglio, foglie a spiga, foglie aperte a corona, foglie a spirale. Tante palme quante sono le incarnazioni della bellezza femminile.

Dal Vangelo apocrifo di Matteo: Maria, Giuseppe e Gesù, durante la fuga in Egitto. La Madonna dice: “mangerei volentieri frutti di queste piante”, ma non c’era scala. Allora Gesù ordinò alla palma di inclinarsi e la pianta si curvò docilmente verso Maria, permettendole di cogliere i frutti che voleva.

Un’altra leggenda racconta che un giorno l’arcangelo Michele apparve a Maria recandole dal Paradiso un ramo di palma come segno della sua imminente assunzione in cielo e lei lo diede all’evangelista Giovanni, che lo avrebbe posato sulla sua bara in giorno della sua sepoltura.

Dal Vangelo di Giovanni: “… la gran folla… udito che Gesù arrivava a Gerusalemme, prese rami di palma e uscì incontrò a lui gridando “Osanna!...”

 

 

 

 

VIOLA 

 

 

 

Una leggenda greca narrava che il brutto Efesto si fosse incapricciato

della celeste Afrodite. Per sedurla, si incoronò di viole mammole che

magicamente convinsero la dea a sprofondare con lui nelle viscere

della terra.
La leggenda ha un significato simbolico collegato al colore della viola

mammola che è composto in equal proporzione dal rosso e dal blu:

punto d’equilibrio tra il rosso della passione e il blu dell’intelligenza,

emblema dunque della poesia.

I pittori medievali raffiguravano con la veste viola il Cristo durante la

passione. Per questo motivo, nella liturgia cattolica, si drappeggiano di

 viola gli altari durante l’Avvento e la Quaresima. Per estensione, il

viola diventato simbolo di penitenza.

 

A VIÖL
di Aldo Spallicci

Uss sent int 1' eria un chè che prema un gni era,
Ul dis e vent ch' uss à purtê di udúr,
UI dis i fiúr de persgh int la lazzera
E al lusert ch' al s' agrapa só pr' i mur.

La nota 1' è turnêda cun i armúr
E uss sta fura un pö 'd pió nera la sera
E uss pò méttar al scrán int e mëz dl' éra'
Chè 1' eria la pê un sopi 'd dvanadur.

I zuvan cma s' iss foss dê tott la vosa
I studia ignía casp d' erba, ignia bulê
Par fêr e maz dal viöl par la murosa.

I zerca a testa bassa pr' ignía strê
Drí i foss chi cnoss incora e sonn dla neva
Una góza. 'd turchén sota a la seva.

1 Alla raccolta delle viole -- 2 non c'era — 3 lo dice — 4 pesco — 5 nel-l'anguillarc — 6 le lucertole — 7 si posson metter le sedie in mezzo all'aia — 8 l'aria sembra un soffio d'arcolaio (dipanatoio) — 9 come se si fossero dati l'intesa - 10 esaminano ogni cespuglio d'erba, ogni folto — 11 una gocciola — 12 siepe.
dri i foss eh' i s' è scrulê da porli la neva, nell'ed. Garzanti.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

LA VIÒLA
di Edda Forlivesi

Stra al fói
inscartuzêdi da la bréna
a j ó truvê una viöla
cun l'udór.
Sóra e' gambón,
la grèstla arinfignêda:
che flininén d'culor,
1'a fat la traza
a un dè
cl'a al gâmb arnêdi.

LA VIOLA
tra le foglie/ accartocciate per la brina/
ho trovato una viola/ che profumava./
Sopra al gambo/
la cresta stropicciata:/ quel poco di colore/
ha fatto da guida/ ad un giorno/
che aveva le gambe impastate.
 

 

 

 

GIRASOLE

 

 

 

 

 

 

 

 

I greci non lo conoscevano, perché è stato importato dall’America nel Rinascimento, ma conoscevano una pianta analoga, l’eliotropo in cui fu cambiata Clizia che, abbandonata dal Sole-Apollo,
“… solo guardava la faccia del sole che andava,
e in lui si specchiava”
Gli Indios lo consideravano un fiore solare, addirittura il simbolo terrestre del sole.
“Pallidi ostensori d’oro” li chiamava Gabriele D’Annunzio.
In questi versi di Pietro Cimatti il girasole è turgido, sensuale, squillante come l’estate:
“… tesoro dell’estate, occhio d’amore,
gong della luce,
alveare, orologio silenzioso
innamorato del meriggio tondo,
fiore vulcanico fiore giocondo”.
Montale:
“… portami tu la pianta che conduce
dove sorgono biode trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce"

 

 

 

E' MIRASÓL
di Edda Forlivesi

E' svéta e' mirasól,
int' la piantê,
che tót in tond
j' a fat
piaza pulida.

IL GIRASOLE
Si erge (solitario) nel campo/ il girasole/ ma tutto intorno/ non c'è più nulla. (è rimasto solo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

LA VITE

 

 

 

 

 

LA VITE DI DIONISO

Una leggenda greca moderna ammonisce sui pericoli che corrono i bevitori. Tanti anni fa Dioniso, disceso dall'Olimpo per far visita a un amico pastore, percorreva le strade del mondo. Un giorno si sedette sulla riva di un ruscello e vide una pianticella graziosa. Quale miglior dono per l'amico? La divelse ripromettendosi di trapiantarla nella terra del pastore. Per evitare che il sole bruciasse le radici, le munì di un riparo: erano così minuscole che un ossicino di uccello gli sembrò uno scudo sicuro. Ma la pianta cresceva a vista d'occhio. Allora Dioniso cercò uno schermo più efficacie trovandolo infine in un osso di leone. Le radici tuttavia continuavano a crescere così che il dio fu costretto a ricorrere a una mascella d'asino. Giunto dall'amico, Dioniso trapiantò la pianticella insieme con gli ossi rimasti attaccati alle radici. Al principio di settembre la pianta offrì neri grappoli d'uva che Dioniso spremette trasformandoli in vino che avrebbe donato algi uomini. Essi cominciarono a berlo sentendosi così allegri che cantavano come uccellini. Poi continuarono a bere, diventando forti e ruggenti come leoni. Bevvero purtroppo ancora e il loro cervello si impigrì come quello dell'asino.

LA VITE DEL CRISTO

Dall'Antico Testamento Noè, appena uscito dall'arca, piantò una vigna che gli avrebbe offerto un buon vino. Un giorno si inebriò e giacque scoperto all'interno della tenda. Il figlio Cam, che lo aveva sopreso in quelle condizioni corse scadalizzato dai fratelli. Sem e Jafet presero allora un martello e camminando con il viso rivolto all'indietro per non vedere il padre, lo coprirono amorevolmente. Quando Noè si risvegliò e seppe del comportamento di Cam lo maledisse "Benedetto il Signore Dio di Sem e di Jafer, Canaan sarà loro schiavo".
La vite di Noè è l'annuncio profetico di Cristo. Lo dice Egli stesso nell'ultima cena: "Io sono la vera vite e il padre mio è il vignaiolo".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


FIORDALISO

 

 

Il fiordaliso era conosciuto nel mondo classico con il nome di "cyanus" alludendo al colore azzurro. Cyanus era un devoto della dea Flora; un mattino fu trovato morto in un campo di grano e aveva accanto a se una ghirlanda di fiordalisi, i suoi fiori preferiti. Sapendo il fatto, la dea Flora dette l'ordine che quei fiori portassero per riconoscenza il nome di Cyanus.

In Russia è il fiore di Basilio, un bel giovane che fu sedotto in un campo di grano da una bella ninfa e poi da essa trasformato in fiordaliso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SIRINGA 

 

 

Il dio Pan viene rappresentato con barba, corna, orecchie e piedi

caprini. Prediligeva i boschi, provocando terrore nelle ninfe (da cui

il termine "panico").
Un giorno Pan vide la ninfa Siringa sola nel bosco, cercò di

abbracciarla, ma Siringa invocò l'aiuto di Zeus che la trasformò in

un arbusto che ogni anno, a primavera, produce fiori splendidi e

profumatissimi.

Il dio Pan, in ricordo della sua amata Siringa, colse dei rami

dell'arbusto, li unì formando uno strumento da pastore chiamato

siringa che egli suonava pensando a lei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 QUERCIA 

 
 

Perché la quercia conserva gran parte delle foglie secche fino alla fine dell'inverno?

Una favola lo spiega così. Un giorno il diavolo chiese al Signore di avere una signoria, anche minima, su una parte della creazione "che cosa vorresti avere?" domandò il Signore. "Dammi per esempio il potere sul bosco" propose il diavolo. "E sia" decretò il Signore "ma solo quando i boschi saranno senza foglie, cioè durante l'inverno: in primavera il potere tornerà a me".

Quando gli alberi vennero a sapere del fatto cominciarono a preoccuparsi. "Che cosa possiamo fare?" dicevano disperati "andiamo dalla quercia che è la più robusta e saggia. Forse lei troverà un rimedio". La quercia, dopo aver riflettuto rispose: "tenterò di trattenere le mie foglie secche sui rami, finchè sui vostri non spunteranno le foglie nuove. Così il bosco non sarà mai completamente spoglio e il demonio non potrà avere il dominio su di noi". Da allora le foglie secche della quercia rimangono attaccate ai rami fino a tardo inverno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 ELLEBORO O ROSA DI NATALE 

 
 
 Dice la leggenda che una pastorella che pascolava il gregge vicino a Betlemme, vide alcuni pastori che camminavano verso la città. Incuriosita domando la loro destinazione. I pastori risposero che quella notte era nato Gesù e che stavano andando a portare dei doni. La bambina avrebbe voluto andare con i pastori, ma non aveva niente da portare in dono. I pastori andarono via e lei rimase sola e triste, così triste che piangeva. Le lacrime cadevano nella neve e la bimba non si accorse che un angelo aveva assistito alla sua disperazione. Quando abbassò gli occhi vide che le sue lacrime erano diventate delle bellissime rose di un colore rosa pallido. Felice si alzò, le raccolse e partì verso Betlemme. Regalò il mazzo di rose a Maria e da allora, ogni anno, nel mese di dicembre, fiorisce questo tipo di fiore per ricordare al mondo intero il gesto della pastorella.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 A LA CAMUMELLA

 

 

A LA CAMUMELLA
di Aldo Spallicci

Dú burdell tre bastêrdi e una ragazza,
Un malet pr' on' e al gamb par carninê,
L'era questa la nosta sucietê
Ch' 1' andeva sota e sol e par la guazza.

Ins 1' éiba, che la tëra la iè giazza,
Uss invieva a plucchê travers di pré
Al tëst ad camumella int al bulê
Fena a induliss da fatt la schena e al brazza.

Me a cuiéva e ai aveva dninz a me
Ch' al svulateva come dal bandír
Al sutaneni pini ad pangastrël..

E ai andema pr' al presi e pr' i cantír.
A cantê infena a sera pr' insachê
Chi fiuradín ch' iss assarmêía al stël.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

E' CASTAGN SAMBEDGH

 

E' CASTAGN SAMBÊDGH
(i fiur)
di Aldo Spallicci

L' à mess un pton in chêv a tott al vett
E ìgnia pton l' è la testa d' una bessa;
E Mérz u i dà d' indentar ch' la j arvessa
E' tai dla bocca stil coma un vadett.

E da la bocca u i scapa un capucett
Bianch coma un öv e s' t' sté da sté che cressa
E' da fura, a la vétta di ramett,
Una tësta glupêda d' abadessa.

E int e' mëz de' scartozz bianch, znina znina
Ciutêda tra e' bambes e tra la lana
La sta chêlda una bëla panucina

Che abril tra foia e foia u la spampana
Bëla e granda cumpagna a un spnàcc braghir
Piantê sora un capël 'd carabinir.

 

IL CASTAGNO SELVATICO (i fiori)
pton: bottone — al vett: le vette — ignia: ogni — bessa: biscia — mêrz: marzo — u i dà d'indentar: (gli dà dentro) fa di tutto, s'adopra. — ch' la j arvessa: che apra — e' tai: il taglio —stìl: sottile —vadett: occhiello — öv: ovo — s' t' sté da stê che cressa: se stai ai attendere che cresca — e' dà fura: (dà) esce fuori — glupêda: fasciata — int e' mëz de' scartozz: nel stesso del cartoccio — ciutêda: coperta — bambes: bambagia — spnàcc: pennaccio — braghir-- sfacciato, pretensioso.


 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L'AMANDUL FIURI'

  

 
 
 
 L' AMANDUL FIURÌ
di Aldo Spallicci

Quant che una nota te t' durmívtia in pes
E' zìl 1' à dê un supiòt a tott al fiam
E 1' è vnú zó pió murbi de' bambes
A durmì in tëra tra cuncòll e lam.

E' prem sprai dl' éiba u n' n' era incora azes,
E te, bionda, t' sugnívtia quel ch' a 't bram,
Quant che e' zì1 u s' è alve dal nostar pres,
Mo un nuval bianch u s' è intrighe in dal ram.

U s' è intrighê in dal ram e u n' è vnù vì
Cma se e' zí1 int la priscia d' andê só.
U s' foss scurdê, pr' e' sonn, ad mnêsal drì.

E adëss, pavaiòtt bianchi senza agli él
A' 1 s' stacca d' int' al ram e al chesca zó, Garlanda 'd neva tott' atorna a e' bdêl.

IL MANDORLO FIORITO
amandul: mandorlo — durmívtia: dormivi — pés: pace — e' zil: il cielo — supiot: soffiotto — rnurbi: morbido — bambes: bambagia —tra cuncoll e lam: tra (porche) stoppie e fossatelli — sprai dl'éiba: spiraglio dell'alba — azes: acceso — ch' a t' bram: che ti brama —pres: prese, campi — in dal ram: in alcune rame — u n' n' è vnù vi: non è velluto via — prisia: (prescia) fretta — scurdé: scordato — mnésal del: menarselo dietro — pavaiòtt: farfalle — agli él: le ali —.- gartanda 'd neva: ghirlanda di neve — e' bdêl: il pedale.

 

                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E FIOR DE' RADECC

 

 
 
 

 

E' FIOR DE' RADECC
di Aldo Spallicci

E' fior ch' u m' píis a me l' è un fior purett
che nëss in libarté
tra tott la cheica dl' erba da falzett
int un foss o int un prê.

E' righêla una foia amêra e fresca
par un piat d' insalê
a la prema stason che ignia acqua ch' chesca
la j à quël da dunê.

E' dà fura da e' casp che va só in smenta
cun un fior culor dl' êria
ch' la sta ins e' mont e che da longh la dventa
alzira e sulitêria.

U s' arvess a la sera e a la matena
a i dè dla grand instê,
mo quand che l' occ de' sol vì che balena
u s' assëra a pinsê.

Quest l'è e'fior de' radecc che a gamba dretta
e' cress in libartè,
e us' êlza sora a l'erba e l'à a la vetta
e' zìl inamurê.

IL FIORE DEI. RADICCHIO
Il fiore del radicchio — Il fiore che piace a me è un fiore poveretto — che nasce in libertà — tra la calca di tutta l'erba da falcetto — in un fosso o in un prato. Regala una foglia amara e fresca — per un piatto d'insalata — alla prima stagione, quando ogni acqua che casca — à qualcosa da donare. Esce fuori dal cespo che s'allunga per la sementa — con un fiore color d'aria — che sta sul monte e che da lungi diventa — leggera e solitaria. S'apre a sera e a mattina — a i dì di grand'estate, — ma quando l'oc-chio del sole balena via — si serra a pensare.
 

                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 LA PEOGNA

  

 

LA PEÒGNA
di Aldo Spallicci

Peògna? mo ël un nom da mctr' a un fior?
Solament a sintil
a n' sò parchè a m' miteva ad bon umor.
Peògna! sol a díl!

Peògna, 1' è un pö e' vers che fa e' pavon,
e quant rídar... Peògna...,
u m' avneva int la ment la moi 'd Sandron
ch' l' è la sgnora Pulògna.

* * *

Dop e' guazz ad cla nota e' mi burlet
l' era una foia fresca
e l' êria e tot e' 3zil j era tant s-cet
cma una goz1a ch' la chesca;

e a cojr' una peògna che pian pian
alora la s' arveva
a m' sintè l' acqua caschê zó int al man
coma un occ che pianzeva.


LA PEONIA
La peònia — Peònia? ma è questo un nome da mettere a un fiore? Solo a sentirlo — non so perché mi mettevo di buon umore. — Peònia! soltanto a dirlo!
Peònia, è un po' il verso che fa il pavone, — e quanto ridere... Peònia..., — mi veniva in mente la moglie di Sandrone — che è la signora Polònia.
***
Dopo il guazzo (rovescio d'aqua) di quella notte il mio broletto — e (tutto) una foglia fresca — e l'aria e tutto il cielo eran tanto schietti come una gocciola che cade; — e a cogliere una peònia che pian piano — allora s'apriva — mi sentìi l'acqua cascar giù in mano — come (da) un occhio che piangesse.

 

                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIOR ‘DZINESTRA

 
 

FIOR 'D ZINËSTRA
di Aldo Spallicci

A la vetta de' mont
la j á avert la finëstra
e una cverta indurêda
la j à stes a 1' aibêda
ch' l' è fiurì la zinëstra.

Cun i fiur d' un amàndul
a curona int la tësta
e cun st' êria piò alzira
tota avstida da fësta
bondè a vò premavira!

Tott i munt i v' aspëta
cun al cvert a la fnëstra
coma ch' l' è bona usanza
cun i fiur dla zinëstra
tra dal punt fat a lanza.

Cun i fiur sora e' grepp
e al radis int e' sol
che un bcon 'd tëra a 1' traten
l' è un usel ch' ciapa e' vol
sta zinëstra int e' sren. FIOR DI GINESTRA
In cena al monte — ha spalancato la finestra — e una coperta indorata — ha disteso all'alba — chè è fiorita la ginestra. Coi fiori del mandorlo — a corona in testa — e con quest'aria leggera — tutta vestita a festa — bondi a voi primavera! —Tutti i monti viattendono — colle coperte ai davanzali — com'è buona usanza — con i fiori della ginestra — tra le punte fatte a lancia. —Con i fiori sul dirupo — e le radici all'aria — che trattengono un boc-n di terra — è un uccello che s'invola — questa ginestra nel sereno.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 PROGN FIURI’

 

PROGN FIURÌ
di Aldo Spallicci

Progn progn, o mi bel progn
corma un fantêsma bianch
e una vesta d' insogn
t' sì pari icse 'd fatì
che no pió terd d' aiìr
tot quent i tu ramet
j era bachet glupé int la galaverna.

La rama ariêla adëss garnida ad fiur
la rogia zuvintô da tot i chent,
e al murai un pó in gris e un pó infunghêdi
drì un blaculèn 'd tlaragna sota al trêv
a gli ha tiré un suspir.

PRUNO FIORITO (susino selvatico)
Pruno, pruno, mio bel pruno, come un fantasma bianco e una veste di sogno sei apparso così d'un tratto che non più tardi di ieri tutti quanti i tuoi rametti erano bastoncini avvolti nella galaverna. La rama regale adesso gremita di fiori, grida gioventù da tutti i canti, e le muraglie un po' in grigio e un po' affumicate accanto ad un cenciolino di ragnatela sotto le travi, hanno tirato un sospiro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

CALICANTUS

CALICANTUS
di Aldo Spallicci

Sora a i mi murt a Santa Mari Nôva
propi int e' côr dl' invéran
1' arvess i btún un fior:
e' calicantus.

Me, i garófan, al rôs, e i crisantémi
par vuijt a nuvémbar,
e adëss a m' rigalé
e' calicantus.

D' int e' pió fult de' mlôri e' vola un stlìn
e agli él a gli è manìn
ch' a '1 bat e ch' a 'l fa « viva »
a e' calicantus.

La vosta vos, o bab, fradell e mama,
1' è una corda 'd viulén,
la banadess, la s' ciana :
e' calicantus.

CALICANTUS
Sopra ai miei morti a San. Maria Nova, proprio nel cuore dell'inverno, apre i bottoni un fiore: il calicantus. Io, i garofani, le rose e i crisantemi per voialtri a novembre, e adesso voi mi regalate il calicantus. Dal folto più spesso dell'alloro suola uno scricciolo e le ali sono manine che battono; che fanno «evviva» al calicantus. La vostra voce, o babbo, fratelli e mamma, è una corda di violino, benedice, e si chiama: il calicantus.

 
 
 

 

IL CALYCANTHUS
di Policarpo Orioli

Miracolo vivo,
sui nudi rami il calice
in fiore! Nè arrisegli
luce a mattino, nè spera
sole a tramonto:
la sua fraganza è offerta
a lo squallor del giorno,
come un trepido sogno
al patire universo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 ORTENSIA AZZURRA

 

ORTENSIA AZZURRA
di Rainer Maria Rilke

L'opaco scabro verde che rimane
da mestiche su vetro è in queste foglie;
su, nei corimbi, il blu non si raccoglie,
ma eco è d'azzurrità lontane

ed un vago di lacrime lo accoglie,
quasi un volere che svanisca ancora:
in giallo, in viola, in grigio trascolora
come fa il blu in vergati antichi figli;

è lo sbiadito di lisi grembiulini,
cose dismesse cui nulla accade più;
avverti il breve dei piccoli destini.

Ma ecco, all'improvviso il blu riesplode
in uno dei corimbi, e sai: quel blu,
pura emozione, del suo verde gode.
(Parigi, luglio 1906)
 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 IL PIOPPO

 

 

 

IL PIOPPO
di Policarpo Orioli

Quando appuntava al cielo
verdi le rame
nell'abbaglio del solleone,
aveva in sè l'ombra:
or che le gialle foglie
languide tremano al vento
d'autunno e s'accende
di tramonto la diafana chioma,
il pioppo ha nell'anima il sole.
 

AL PIOP AD GAMBARÉN
di Libero Ercolani

Al piop, ch'è a la spurtëla
dla corta 'd Gambarén,
a'l tira avânta a pera
incontra a e' su distén.

Invstidi da la fësta,
o nudi in puvartê,
a'l fa acsè una figura
ch'u s' göd stêli a guardê'.

In vësta tinarëla,
d'un verd sfumê ad ranzôn,
a e' sol dla premavira
u n' li scapota inciôn.

Se pu la galaverna
la i fa tot un ricâm,
l'è bël mirê' la trâma
ch' la s' forma int al su râm.

A e' chêld dl' istê, a'l s' diverta
a rìdar cun i vent,
ch'i ven a fêj la ronda,
pr' avde' s'a 'l j'i dà mént.

Dal völt, a là dri sera,
che e' zil u s' fa aranzôn,
u i vén una gran sisma
'd mulêss a là vajôn!

Mo, epù? coma a putrepli
lassê' e' gran salutê',
cun tot la zenta ch'passa,
da lè, par la su strê?

No, no! u n' s'va a la vintura
pr'i scurs 'd chi svulantén!
l'è mej vanzê' a la guêrgia
dla pörta 'd Gambarén.


LE PIOPPE DI « GAMBERINI »
Le pioppe, che sono alla porta / dell'aia di «Gamberini», / procedono appaiate / verso il loro destino. / Vestite a festa / o nude poveramente, / fanno una tal figura / che è un godimento a starle a guardare. / In veste tenerella, / di un verde sfumato di marrone, / al sole della primavera, / non le supera nessuno. / Se poi la galaverna / ci fa tutto un ricamo, / è bello mirare la trama / che si forma nei loro rami. / Al caldo dell'estate si divertono / a ridere con i venti, / che vengono a corteggiarle / nella speranza di essere corrisposti. / A volte, all'avvicinarsi della sera, / quando il cielo si fa arancione, / vien loro una grande smania / di andarsene in giro! / Ma, poi? come potrebbero / interrompere lo scambio dei saluti / con tutta la gente che passa / di lì, per la strada? / No, no, non si va alla ventura, / per i discorsi di quei volubili! / È meglio restare a guardia / della porta di «Gamberini».

«Gamberén», cioè Gamberini, è il soprannome della famiglia Miserocchi, che abita in Via Petrosa, S. Pietro in Campiano (RA).

 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I SPION SUMER

 

I SPIÔN SUMËR
di Libero Ercolani

I spiôn sumër i s' seca
quând j'è a mité dl'avtôn,
al foj al si inscartòzza
e i s'pela int i gambôn.

Indó ch'u j'era i fiur
u s' ved i plóc di spnëcc,
ch' j'è de culor dla stópa
cumpâgna bëfi ad vëcc;

mo, déntr a chi scartózz
ch'i fora, arsiei rabì,
u j'è un pizgutin 'd sménta,
gnascosta, pr' i gardlin.

E quând che, un dè, la neva
la cuprirà ignacvël,
sol 1ô' i vanzarà fura
cun che tusör 'd garnël.

Par quest, lassì che i cressa
i spiôn, dacânt al strê,
ch' j'è l'ùtma pruvidenza
int un mundazz svarsê.
I CARDI ASININI - I cardi asinini si seccano / quando sono a metà autunno, / le foglie gli si accartocciano, / e si pelano negli steli. / Dove erano i fiori, / si vedono i pappi dei pennacchi, / che sono del color della stoppa, come baffi di vecchi; / ma dentro ai loro cartocci (capolini), / che pungono rinsecchiti e rabbiosi, / c'è un pizzico di sementa, / nascosta, per i cardellini. / E, un giorno, quando la neve / coprirà ogni cosa, / solo essi rimarranno fuori / con quel tesoro di granelli. / Per questo, lasciate che crescano / i cardi, accanto alle strade, / che sono l'ultima provvidenza / in un mondaccio scriteriato.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MARGARIDINA 

 

LA MARGARIDÌNA
di Aldo Zama

L' ëria l'è tévda e la név l'è sparìda!
Torna, c'l'è premavéra, o margarìda!
L' è tânt c'at stàgh da' stë!
Mirëcol! Tsì fiurìda stamatêna
sott e' suspìr dl'ariétta marzulêna:
biânca, fra e' verd de' prë!
Staséra al tù fujlìn als'assrarà
mo dmatêna, vers l'ëlba, als'arvirà
par salutër e' dë!
Una manîna biânca e dilichëda
l'at cujarà. Strapëda e rigalëda!
Par tè un i srà l'instë!
Parò pr'un dë la gioia d'una znîna
t'aré fàtt, d'una mâma o d'na nunîna
e cuntênta t'saré!
Addio margaridìna; torna incóra!
Intânt at sógn! T'am purtaré l'auróra
d'un ëtra premavéra!
MARGHERITINA
L'aria è tiepida e la neve è sparita! - Torna ch'è primavera, o margherita! - E' tanto che ti aspetto! - Miracolo! Sei fiorita stamattina - sotto il sospiro dell'arietta marzolina: -bianca, fra il verde del prato! - Stasera le tue foglioline si chiuderanno - ma domattina, verso l'alba, si riapriranno -per salutare il giorno! - Una manina bianca e delicata - ti raccoglierà. Strappata e regalata! - Per te non vi sarà estate! - Però per un giorno la gioia di una piccola - avrai fatto, di una mamma o di una nonnina - e contenta sarai! - Addio margheritina, ritorna ancora! - Intanto ti sogno! Mi porte-rai l'aurora - di un'altra primavera!
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L'UDOR DAL PIANT

 
 

L'UDOR DAL PIANT
di Walter Ferretti

Arvend la mi finestra stamatena
a ja sintì avnì so l'udor dl'amlori,
un udor bon, cun tanta d'cl'eria fena,
cl'avrebb guarì d'un colp un sanatori.

An l'aveva sintì che a mèla pèna
da mis stl'udor dagli erb e ste ristori,
par e' gran sec; mo e' temp incù e balena,
e finalment e' zil l'ha avert i pori.

E piov. E us lêva al foi, e acsé us arvess
l'udor dal piant e al fa bona gudeia
contra la porbia e al cocal di ciprêss.

E a me ch'am dmand parché che sgossa veia
sol 'nte piovar l'udor, an j capess:
mo am gud l'udor, e adio filusufeia.


L'ODORE DELLE PIANTE
Aprendo la finestra stamattina
ho sentito il profumo dell'alloro,
un buon odore, con tanta aria fina,
che avrebbe guarito d'un colpo un sanatorio.

Non l'avevo sentito
da mesi questo odore delle erbe e questo ristoro,
per il gran secco; ma il tempo oggi lampeggia
e finalmente il cielo ha aperto i pori.

Piove. Si lavano le foglie, e così si sprigiona
l'odore delle piante e fanno un godere pulito
contro la polvere e le bacche di cipresso.
E a me che domando perché viene fuori
solo quando piove, l'odore, non capisco:
ma mi godo quel profumo e addio filosofia.

 

  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIUR FIUR

 

 

 

FIUR, FIUR !
di Aurelio Orioli

Fiur fres-c 'd zarden e 'd chemp, fiur ad muntâgna,
bel fiur ad bòs-c e 'd val, bel fiur 'd culéna,
che la gvazza la ciöta 'd 'na tlarâgna
ch'la s' svapôra int e' sol, ogni matena ;

oh mela e mela fiur da i mel culur
ch'i fa balinê' j'occ, s'e' brela e' sol
e, sora tot te, rösa che, di fiur,
t'si la regina e t'si e' segn dl'amor.

E' garòfan l'è pin 'd fug e 'd calor,
fat pr' e' zuvnot, da dê' a la su murôsa,
e quel dl'arânz l'è tot un pegn d'amor,
ch'l'è e' pegn piò bël int l'at ch'la s' fa la spôsa.

E pinsé' al viöl! ch'I'ha cölt, pr'al riv d'un fòss,
un bël babin, ch'I'ha cmenz a 'ndêr a scöla,
da purtê' a la su mestra, tot cumòss,
o a la nona, eh' la fila dri a l'uröla.

Fiur dla mi tëra, fiur fët ad spirânza,
fiur ch' a scurì cun j'occ e cun l'udor,
guai a che dè ch' u s' smarirà l'usânza
d'avde' int vujet' un pö de nostar cór.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I FIORI DELLE DUNE

 

 

 

 

 
 

 

VEDERE IL BELLO, ANCHE PICCOLO

C'è un fiore che ha
tutto lo stelo rinsecchito,
le foglie rattappite
le corolle sbriciolate,
una ragnatela a penzoloni
e in cima, proprio in cima
un bocciolino appena nato.
Giallo.

SII TE STESSO

Un fiore vero
Non segue la moda,
cerca la luce.

 
  di Carla Baroncelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

PER FINIRE ALCUNE MASSIME DI TONINO GUERRA

 

 

 

 

 

 


 

 

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Martedì,31 Marzo 2020

Buone Feste

I nostri migliori auguri di Buone Feste e di un Sereno 2020

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